LA LEZIONE di Hobsbawm

Un modo assai suggestivo per fare conoscenza di Eric John Hobsbawm, il grande storico marxista scomparso recentemente alla venerabile età di 95 anni, è l’autobiografia intitolata Anni interessanti, pubblicata quando l’autore aveva 85 anni e qualificabile come il rovescio di quello straordinario medaglione che è Il secolo breve, la sua grande storia del Novecento. Ivi lo storico britannico racconta la sua nascita ad Alessandria di Egitto, l’infanzia trascorsa nella Vienna antisemita del primo dopo guerra, la formazione scolastica nella Berlino degli ultimi anni della repubblica di Weimar, che coincise con la scoperta del comunismo, quindi il trasferimento in Inghilterra all’avvento del nazismo e l’ingresso all’università di Cambridge nel periodo della guerra civile spagnola. Tuttavia, se le risorse stilistiche di quello straordinario scrittore che è Hobsbawm non rendessero avvincente la lettura di ogni pagina di questa autobiografia, si sarebbe tentati di giudicare come più interessante la seconda parte di Anni interessanti, che va dall’adesione al partito comunista britannico alla fine degli anni Trenta fino al suo scioglimento all’inizio degli anni Novanta. In questa sezione l’autore rievoca gli anni passati a Cambridge, quando il comunismo raggiunse la massima diffusione fra gli studenti; le traversie cui egli andò incontro durante la guerra perché sospetto alle autorità; le prese di posizione all’interno del partito e la sua emarginazione accademica durante la “guerra fredda”; le reazioni alla crisi che nel 1956 investì il movimento comunista; i motivi per cui rimase nel partito al contrario della maggior parte degli intellettuali che lo abbandonarono (laddove vale la pena di sottolineare, per il loro significato politico e morale, i due motivi addotti: la fedeltà ad una causa per cui molte persone hanno dato la vita e la prospettiva della rivoluzione mondiale, non solo quindi la lotta contro il fascismo, come fondamento di quella che, in un’altra esemplare autobiografia, è stata definita da un comunista come Giorgio Amendola “una scelta di vita”).
Sennonché la fama di Hobsbawm è legata indissolubilmente alla poderosa tetralogia costituita dai seguenti volumi: Le rivoluzioni borghesi, Il trionfo della borghesia, L’età degli imperi e Il secolo breve. Emerge da tutti e quattro i volumi una visione d’insieme che non ha eguali per capacità di sintesi, precisione nei particolari, senso delle differenze tra le diverse civiltà, lucidità nella individuazione delle interconnessioni fra economia, società, politica e cultura, vigore analitico e, ‘last but not least’, uno stile chiaro ed efficace con cui l’autore riesce a fondere organicamente argomentazione logica e immaginazione metaforica. Può essere allora opportuno ricordare per contrasto, dal momento che è assai nota la periodizzazione proposta nel Secolo breve (1914-1991), che l’asse attorno al quale, nella trilogia, ruota la storia del “lungo XIX secolo”, un periodo il cui inizio può essere fissato nel 1776 o nel 1789 e il cui termine nel 1914, è, per citare lo stesso Hobsbawm, «il trionfo e la trasformazione del capitalismo nelle forme storicamente specifiche della società borghese nella sua versione liberale». È noto che il contributo fondamentale offerto al dibattito storiografico dal Secolo breve è una periodizzazione articolata in tre fasi: “l’età della catastrofe”, che va dalla prima guerra mondiale e dall’ascesa del fascismo, attraverso la grande depressione del 1929, sino alla seconda guerra mondiale e alla fine degli imperi europei; “l’età dell’oro”, che va dal 1950 al 1973 e si caratterizza per gli alti tassi di crescita del mondo capitalistico, per la diffusione di economie miste e di sistemi di previdenza sociale, per i crescenti livelli di benessere nel blocco sovietico, la decolonizzazione nel Terzo Mondo e l’inurbamento di grandi masse di contadini negli Stati postcoloniali; “la frana”, che ha inizio con la crisi petrolifera del 1973 e con la recessione mondiale, con il crollo dell’Unione Sovietica ad est, l’instabilità socio-culturale nel nord e il propagarsi di conflitti etnici nel sud.
La visione del secolo ventesimo che il libro delinea ha un respiro vasto e possente, anche se l’ottica che la sostiene lascia poco spazio all’Asia e in particolare alla Cina, essendo essenzialmente eurocentrica e riflettendo la formazione dell’autore, incardinata sulla triade Vienna-Berlino-Londra. Inoltre, se un tema centrale del Secolo breve è la violenza politica del Novecento, un tema altrettanto fondamentale che scandisce la vicenda della seconda metà del secolo è, secondo l’autore, «la disgregazione dei vecchi modelli
nei rapporti umani e sociali, con il conseguente spezzarsi dei legami generazionali, e quindi fra passato e presente». Accade così che nei “decenni della crisi” • gli anni ’70 e ’80 •, a causa del dissolversi dei legami morali che avevano tradizionalmente assicurato la coesione sociale (famiglia, identità territoriale, lavoro, religione, classe sociale), si affermi e si diffonda “un assoluto individualismo asociale”, i cui costi psicologici hanno trovato sempre più compensazione nelle ideologie comunitariste, populiste e localistiche e nelle conseguenti pulsioni plebiscitarie, oltre che nella variopinta flora dei fondamentalismi religiosi.
Del resto, a cinque anni dalla pubblicazione del Secolo breve, in un’intervista rilasciata nel 1999 che ne rappresenta una sorta di appendice riassuntiva (si tratta dell’Intervista sul nuovo secolo, uno scritto che non ha ricevuto l’attenzione che merita) Hobsbawm, il quale peraltro aveva dedicato una grande attenzione alle vicende del primo Stato socialista del mondo, affermò di aver sottovalutato la gravità del disastro costituito dal crollo sovietico: «La profondità della catastrofe umana che ha colpito la Russia è qualcosa che noi occidentali semplicemente non comprendiamo. Credo che nel XX secolo non ci siano eventi paragonabili a questo». Il messaggio che il grande storico inglese ci ha trasmesso è perciò tutto, meno che consolatorio: la visione del modo in cui si è concluso il Novecento (“l’età della frana”) definisce infatti la struttura tripartita del libro. La sconfitta dell’esperimento sovietico è la grande faglia che spacca il nostro tempo, così come la rivoluzione d’ottobre è la spada che ha diviso il Novecento.
Un messaggio di speranza, che rivela ad un tempo la profondità di sguardo dello storico e la sensibilità etica dell’uomo, è invece quello che Hobsbawm ci consegna rispondendo ad una domanda dell’intervistatore sull’immagine che egli sceglierebbe come cifra del XX secolo. Dopo aver osservato che all’inizio del XX secolo avrebbe potuto scegliere la fotografia di un contadino come quella di un tipico essere umano, egli rileva che alla fine di tale secolo non è più così. Si potrebbe allora scegliere • prosegue Hobsbawm • un operaio, ossia un membro di quella classe lavoratrice che ha raggiunto il suo apice nel terzo quarto del Novecento, ma oggi sta diminuendo di peso e di numero. Scartata anche l’immagine dell’impiegato che lavora davanti ad un computer, in quanto è troppo legata all’area occidentale e in vaste aree del mondo non direbbe molto, la scelta finale dello storico inglese cade su una madre con i suoi figli, poiché, quantunque la struttura familiare, di cui essa è il fulcro, si sia ampiamente diversificata e profondamente modificata, «l’esperienza di una madre corrisponde ancora a quello che è accaduto alla gran parte della specie umana nel Novecento». Leggendo questa conclusione, vien fatto di pensare che è ben difficile trovare un patrimonio intellettuale che per intensità, limpidezza, passione e senso critico si avvicini a quello che Hobsbawm ci ha lasciato.
Eros Barone